Come vive uno scrittore

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Parliamoci chiaro: ci sono (e ci sono stati) troppi scrittori nel mondo per poter fare di tutta l’erba un fascio. Quelle liste delle “cose che fa uno scrittore” sono ridicole, non andranno mai bene per tutti. Perché se le persone sono tutte diverse, figuriamoci gli scrittori. Ve la do io una bella infarinata di come vive uno scrittore e ve la do nel modo più soggettivo che esista: dal mio punto di vista, con una lente d’ingrandimento e un faretto piantati sopra la testa. Niente roba poetica o costruita, la verità in tutto il suo folle splendore. Ready? Go!

La scrivania

Parlo di scrivania e non di studio, perché al momento la mia postazione non si trova in una stanza adibita allo scopo, ma in camera da letto. Almeno fino a marzo, quando tutto cambierà e io potrò smettere di ipotizzare quale sia il muro più duro dove sbattere la testa.
La mia scrivania è lunga circa un metro e larga un bel boh, troppo poco per i miei gusti. Non mi va di alzarmi e prendere un metro, accontentatevi. Il problema principale è che non ho lo spazio per aprire dodici quaderni, poggiare trenta fogli e attaccare centotrenta post-it. Non è che posso lavorare solo sullo schermo, ho bisogno di una postazione analogica che per adesso trasferisco sul letto.

Risultato? La scrivania con computer, mouse e libri impilati a caso e il letto tappezzato, nel senso che non c’è proprio più lo spazio per sedersi, di fogli, appunti, penne, colori, pennelli, gatti (?), cuscini e temperamatite. E poi ci sono io, che faccio avanti e indietro con la sedia girevole da ufficio, slittando sulle rotelline che si inceppano perché puntualmente c’è qualcosa per terra che le blocca, tentando di capire quale sia l’ordine degli addendi così che il risultato non cambi. Spero di aver scritto in modo abbastanza caotico da farvi percepire il caos stesso nato dalla cosa in sé. Quanto mi piace scrivere a flusso di pensiero!

La bacheca

Non so quanti di voi abbiano visto Teen Wolf, ma nel telefilm c’è questo personaggio, Stiles, che appiccica tutto ciò che non riesce a ordinare nella sua testa sulla bacheca che ha di fronte al letto e poi ci rimugina sopra facendosi venire delle idee su come risolvere la situazione. Tutto bello, vorrei riuscirci anch’io. Ci ho provato, eh, solo che la mia bacheca è diventata la porta per l’inferno.

La cosa divertente? Che io so tradurre tutto quel casino. A volte le persone che la guardano mi chiedono se per caso non l’abbia creata strafatta di caffè o di zucchero, ma non è così. Se un fogliettino è scritto al contrario, manco fossi l’esorcista, c’è un motivo. Se ho cancellato delle scritte ma le ho lasciate appiccicate in bella vista c’è un motivo. C’è un motivo persino per il pezzettino di carta bianca all’angolo, quello che la mia migliore amica stava per buttare rischiando di essere buttata lei fuori di casa. Mi vuole bene lo stesso, però, giuro.
Quando vedo quelle bacheche tutte carine e coccolose scoppio a ridere così forte che il mio vicino scende a chiedere se sto bene. Dai, seriamente, smettiamola con questa farsa. Viva il caos primordiale!

La cartoleria

Aaah, e qui ci sbizzarriamo! Su Facebook anni fa c’era un gruppo (non so se sia ancora attivo): le Cartopazze. Gente che spendeva mezzo stipendio in agende, penne, quaderni, temperini, pennarelli, adesivi, washi tape e cosettine varie, roba da ordini di cinquanta euro su Wish. Avete presente che significa? Che hai comprato tre-quattro sistemi solari di roba. Ecco, io facevo parte di questo gruppo e dopo circa tre anni ho ancora roba avanzata da quegli ordini compulsivi.
Ammetto di essermi disintossicata, non sono più a quei livelli, però un pochino di polvere di fata mi è rimasta tra i capelli e quando non ho ispirazione, oppure ho bisogno di un premio, compro una penna o un quaderno nuovi. Non toglietemi queste piccole gioie. Sono una persona semplice, non voglio gioielli, mi accontento di quaderni colorati e acquerelli.

Il sottofondo

Sembra facile scegliere la sound-track per il tuo lavoro, ma non è così. Dipende da quello che stai facendo. Se sono in piena progettazione, allora anche un film va bene, che guardo e non guardo. In questi giorni sto mettendo su Una mamma per amica, perché sì, mi rilassa seguirlo a loop di tanto in tanto. Se invece sto scrivendo una scena drammatica, be’, di certo non può andar bene una canzone latino-americana. E se ci sono i lavori in strada? Devo mettere i tappi per eliminare il rumore, oppure una roba tipo le Beta Waves per concentrarmi ed evitare di lanciare bicchieri dalla finestra. Sembra facile, gente, ma la colonna sonora di uno scrittore è veramente un enorme casino da scegliere. Almeno per me. Invidio quelli che hanno una bella playlist su Spotify e usano sempre quella. Rivelatemi il vostro segreto, siete meravigliosi.

Le pause

Non pervenute. No, sul serio, quando si è presi da un romanzo ci si pensa anche in palestra e proprio questo porta a scene del genere:

Juls si sta tranquillamente allenando di fianco a un’altra ragazza, quando, improvvisamente, un passante fuori dalla finestra (?) le fa venire in mente che deve creare la ricetta di un veleno per un cattivone nella storia. Quindi prende il cellulare e, dimentica del luogo in cui si trova, se ne esce con “OK, GOOGLE, COME SI CREA UN VELENO”. Risultato: la ragazza accanto a lei è indecisa se chiamare la polizia o allontanarsi il più velocemente possibile, mentre il suo allenatore, che ormai la conosce, sghignazza di nascosto.

Fine esempio. Non credo ci sia molto altro da dire. Vi risparmio le scene di me, con il portatile in mano, che vago per casa leggendo lo schermo mentre sgranocchio un biscotto. Mi è capitato di cliccare il tasto Invio con il naso. In mancanza di mani libere, sapete com’è.

Dopo quest’ultima perla, dire di chiudere l’articolo, ho già distrutto abbastanza la mia improvvisata reputazione. Ci sarebbero mille altre cose da dire, ma potrebbero essere materiale per un altro articolo. Ci penserò. Nel frattempo, torno a cercare sul letto quel dannato foglio di appunti che non trovo da tre giorni. Cia’!

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2 commenti su “Come vive uno scrittore”

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