Il corvodiario #1 | Mi chiamavano Julk

Corvodiario

Cos’è il corvodiario? Un diario (e grazie tante!), ma anche una rubrica. Una rubricadiario. Un diariorubrica. Oh, insomma, un appuntamento senza orario qui sul blog dove parlo di cose. Di quello che mi passa per la testa. Di quello che mi accade. E lo faccio nel mio solito modo: senza un minimo di serietà. Non so se siete pronti, ma io vado. Inizio. Scrivo.

È una schiena come tante altre, la mia. Bianchiccia, con questo pallore un po’ cadaverico sotto il sole estivo. Un po’ di lentiggini, niente di che. Però, ha un segreto. Ha una forza pari a quella di un moscerino spalmato sul muro. Sì, a malapena riesco ad alzare due bottiglie da sola, figuriamoci mezzo divano.
Ma ci ho provato. Nessuno potrà mai dire che non ho coraggio. Mi sono chinata, ho incastrato la mano nel posto giusto per aggrapparmi bene alla stoffa e ho tirato. Niente. Ammazza, per essere un divano che si apre è complicato. Avrò sbagliato lato? Nono, era quello il lato. Tiro. Niente. Tiro e sbuffo. Niente. Tiro e lancio una sonora madonna e alla fine ci riesco. Ripongo la mia coperta sotto e richiudo. Fine avventura.

E invece no!
Perché due giorni dopo inizio a sentire qualcosa, un dolorino ficcante alla base della schiena. Per dirla in modo più figo, nella zona lombo-sacrale. Non ci faccio caso, non sono una che sta sempre lì a controllare ogni dolorino. Sarà il ventilatore. Sarà che sono stata un botto seduta a lavorare e fa troppo caldo per gli esercizi ginnici, quindi sono ferma da un po’. Sarà un tubo, perché ho preso un granchione enorme.
L’altro ieri, ore 17:00, mi arriva una fitta dritta dritta al cervello, corredata da bestemmie colorite. Sempre da lì, dalle chiappe, per intenderci. Capisco che, forse, può darsi, magari, è il caso di chiedere consiglio. Chiamo il medico. La conversazione è stata più o meno questa ?

“Salve, da qualche ora ho questo dolorino.”
“Ah, ma hai fatto qualche movimento strano?”
“No.”
“Sicura?”
“Be’, ho alzato il divano, niente di che.”
“Signorina, le tiro una pizza in bocca io o fa da sola?”

Vabbè, non ha detto proprio così, ma era sottinteso. Scusi, doc, licenze poetiche.
Conclusione? Trenta euro di medicine in farmacia e previsione di punture, quelle belle, quelle che ti fanno diventare creativa con le imprecazioni. Se qualcuno riesce a fartele. Perché io le so fare, ma Lu no. E non so ancora girarmi stile posseduta per guardarmi le chiappe.

Quindi? Quindi niente, quattro giorni (si spera) così, spiaggiata come una foca un po’ sul divano un po’ sul letto, con una crema che mi anestetizza il didietro e pure un po’ le mani di Lu che me la spalma.
Ieri sera, poi, festa grande. Prendo la medicina per rilassare i muscoli e stamattina mi sveglio come l’orso Yoghi sotto anfetamine. Non ho realizzato di essere sveglia fino a mezzogiorno. Va bene che sulla scatola c’è scritto “può dare sonnolenza, non guidare”, ma non pensavo che gli effetti fossero quelli di un sedativo per elefanti. E allora!

Ah, e non posso prendere il sole per quindici giorni dopo essere guarita, se no si macchia la pelle. Tanto dove vado a Milano, con le chiappe scoperte, a prendere il sole? Via, non diciamo cavolate.

Morale?
Mai cercare di alzare un pezzo di divano da soli. Anche se è fatto apposta. Sono il diavolo, i divani. Ci vogliono morti. Tutti quanti. Be careful.

Fine.
Non cercateci un senso perché non c’è.

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