Winterog | La magia di Yule

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Rubrica a cura di Giulia Tolentino
Editing di J. A. Windgale

Mentre i venti freddi invernali si scatenano e in alcune case si accendono i camini, le notti si allungano e si inizia a respirare un’aria di festa. È in arrivo Natale e, credenti o no, tutti in questo periodo si armano di coraggio per affrontare il clima sfavorevole durante una caccia sfrenata all’ultimo regalo.

Il 25 dicembre, secondo la maggioranza della popolazione, è una festa universale. Ma è davvero così?

Vi presento il 21 dicembre

Forlas. Solstizio d’inverno. Yule. Il primo sabbat della ruota dell’anno. Uno dei momenti di passaggio più drammatici: la notte più lunga dell’anno. Pieno di mistero e di elementi magici e simbolici che hanno origine in tempi atavici, Yule sboccia dalla cultura celtica, che ha messo radici nel substrato dell’Europa settentrionale.

Una nascita e una morte, quella del Sole Bambino e del Vecchio Sole. A lungo celebrate al fianco di una vittoria e una sconfitta, quella del Re Quercia (Signore Supremo dell’anno crescente e simbolo di eternità) e del Re Agrifoglio (simbolo e regnante dell’anno calante).

Durante questa notte, presso i Celti era usanza per le donne attendere i propri uomini, nella totale oscurità. Al loro arrivo, questi portavano una candela o una lanterna con cui veniva acceso il fuoco intorno al quale si sarebbe festeggiato. Il grande falò ardente in aperta campagna a ricordo della rinascita del Dio Sole. L’elemento fuoco. Le luci di Yule, che da queste trae il suo soprannome: “la festa delle luci”.

In Scandinavia, d’altra parte, era usanza sacrificare un maiale in onore del dio norreno Freyr; è una tradizione rimasta ancora oggi quando a Natale si mangia annualmente carne di maiale.

“Il re vuole bere per la festa di Jul fuori,
sul mare, e iniziare il gioco di Freyrs.”

Recitava la sesta strofa di un componimento delle saghe degli eroi scandinavi. Ci travolge l’immagine di una festa di Yule vista come un abbondante banchetto per celebrare insieme. Agli alcolici, bevuti in massicce dosi, veniva poi affiancato il julbock, ovvero un caprone fatto di paglia, a simbolizzare l’animale sacro a Thor.
Questo animale verrà successivamente usato come modello per la maschera che nasconde, durante alcuni riti, il volto del sacerdote wiccan. Non vi ricorda qualcosa? Uno stregone dalle sembianze caprine, dico. E tutto questo senza entrare nei dettagli della Caccia Selvaggia, che la tradizione vuole si scateni nei giorni successivi al 25 dicembre. Fantasmi, morti, uomini, donne e bambini, suicidi e vittime di morte violenta che scendono sulla terra con il solo scopo di distruggere chiunque incontrino o chi volge lo sguardo su di loro.

Morte, trasformazione, luci e rinascita erano e sono tuttora i protagonisti di questi giorni di celebrazione, e dico giorni perché non si festeggia solo il 21 dicembre, secondo alcuni studiosi si faceva festa tutti e dodici i giorni successivi al solstizio.

Cosa si onora?

Secondo il paganesimo, la trasformazione del Vecchio Sole, che muore e rinasce nel Sole Bambino, riesce a mettere al mondo un figlio profetizzato. Il bambino in primavera diverrà un giovane uomo, per poi prendere il posto e il ruolo paterno, assicurando la continuità del ciclo dell’anno e la fertilità della terra. Si tratta del ciclo naturale di nascita e morte celebrato in diverse culture fin dagli albori (per capirci, è il cerchio della vita giovane Simba), il divenire continuo di una natura soggetta a cambiamenti climatici spesso bruschi, il movimento costante della ruota del destino, della ruota di Yule.

È da specificare che, nonostante il falò, Yule non è un festival del fuoco come altri sabbat. È la celebrazione delle luci, delle candele, lanterne e lucine intermittenti, della scintilla, della luce appena nata che va nutrita e protetta affinché possa crescere e palesarsi come i grandi falò delle stagioni successive.

Un nome particolare per una vacanza dalle mille sfaccettature, forse derivante da una vecchia parola del nord Jul, il cui significato sembra essere “festa” o “banchetto festoso”, la cui più vecchia apparizione è da riscontrare in un frammento del calendario gotico, dove novembre è citato come “il mese che precede Jul”. Il termine secondo altri potrebbe riferirsi alla ruota del sole, dal norreno Hjó (ruota), oppure addirittura derivare dalla radice scandinava el ovvero “tempesta di neve”.

Cosa si celebra?

I Celti facevano una veglia, con danze sfrenate e meditazione (perché le due cose vanno sempre a braccetto, si sa, come il dolce e l’amaro), dal tramonto fino all’alba al fine di assicurarsi del continuo sorgere del sole.

Gli scandinavi brindavano durante sontuosi banchetti. Nei tempi si è modificato solo per chi viene alzato il calice (indovinate un po’ chi si è intromesso… eheh, chiesa, eheh). Per tutti gli altri, invece, si ha bisogno solo di poche parole per poter immaginare cosa colora la festa: riposo, danze, candele, albero, meditazione, regali, vischio, riposo (e si, riposo vale doppio). Per maggiori dettagli… vi aspetto i prossimi venerdì!

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