Il ladro di anime

Autrice: J. A. Windgale
Genere: urban fantasy
Tempo di lettura: 15 minuti

Jenna, Evan e Xavier sono fate cacciatrici. Inviati nel mondo degli umani per catturare e neutralizzare le creature oscure che lo infestano, i ragazzi si imbattono in una missione particolare: nell’Accademia d’arte della città è apparso uno Strygak, un mostro metà fata metà stregone che sopravvive assorbendo l’energia vitale degli esseri umani.

E non è l’unica cosa che si nasconde nell’Accademia…


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«Quindi, fammi capire, sai che c’è una missione ma non sai qual è?»
Il ragazzo prese a calci un sassolino e mugugnò qualcosa, mentre la giovane dai capelli castani che aveva davanti alzava gli occhi al cielo, esasperata.
«Andiamo, Jenna! Non farmi la paternale. Avevamo un maledetto Hybris alle calcagna, non puoi biasimarmi se non prestavo del tutto attenzione ai messaggi di Brad.»
Jenna incrociò le braccia al petto. «Ricordi almeno il luogo?»
Lui si grattò il mento, pensandoci su.
«Evan…» minacciò Jenna.
«L’accademia d’Arte nei quartieri nord.»
La voce risuonò a pochi passi da loro e i due ragazzi si voltarono di scatto in quella direzione.
«Xavier» salutò Jenna. I suoi occhi verdi si assottigliarono un po’ mentre lo squadravano. «Cosa ci fai qui?»
Il nuovo arrivato aveva i capelli nerissimi. Gli occhi azzurro intenso s’illuminarono quando sollevò un angolo delle labbra in un mezzo sorriso.
«Mi manda Alexa. Chissà perché, non si fida a lasciarvi da soli.»
Jenna fece una smorfia.
«Dilla tutta» lo aggredì Evan.
Xavier scoprì i denti in un ghigno compiaciuto. «Mi hanno detto che la connessione si è interrotta all’improvviso. Brad non era sicuro avessi ricevuto il messaggio.»
«Infatti» confermò Jenna.
«Ha detto che si è interrotta?» chiese Evan, sorpreso.
«Vediamo» rispose Xavier. «Di preciso, mi sembra abbia detto: “quell’idiota non ha ascoltato una parola, va’ a controllare”.»
Una vena sulla tempia di Evan pulsò pericolosamente. Si avvicinò a Xavier, fermandosi a un palmo dal suo viso.
«Bene, hai controllato. Ora levati dai piedi.»
L’altro fece cenno di no con l’indice.
«Mi dispiace per te, ma sono nella squadra.»
«E da quando?» s’intromise Jenna.
«Da ora.»


«Non mi piace.»
Jenna si guardò alle spalle controllando che Xavier fosse ancora impegnato con lo zaino, intento a riordinare la sua collezione di coltelli da lancio.
«Lo so, ma non possiamo farci niente.»
Evan sospirò, passandosi una mano fra i capelli castani.
«L’ultima missione in cui ci hanno messi insieme è stata piuttosto… movimentata.»
«A dir poco» ridacchiò la ragazza.
«Non è divertente» borbottò Evan. «Ho dovuto bere la pozione disgustosa di Alexa per tre settimane.»
«O saresti diventato una specie di pixie verde e piuttosto irritabile» precisò Jenna per poi scoppiare a ridere.
«Ti odio quando fai così.»
Jenna gli diede un pugno sul braccio. «Non fare lo gnomo!»
Evan la guardò in tralice, poi le tirò leggermente la lunga coda di cavallo.
«Senti chi parla. La fata meno aggraziata di Winterland.»
«Non sarò aggraziata, ma con l’arco non mi batte nessuno» gli fece la linguaccia lei.
«È un’arma così ingombrante» s’intromise Xavier, avvicinandosi. «Nulla a che vedere con la grazia dei miei coltelli.»
«Oh, chiedo scusa! Non volevo certo mettermi a paragone con l’intoccabile erede di Sunwood» lo prese in giro Jenna.
Lui la guardò freddo. «Sono qui per merito delle mie capacità, non per il mio rango nel regno fatato.»
La ragazza ammutolì. Doveva ammetterlo, Xavier si era meritato il suo posto nelle squadre d’azione. Che fosse l’erede di una delle famiglie più ricche dei Regni Nascosti era noto a tutti, ma lo era anche la sua abilità in combattimento. Offenderlo in quel modo non era stato gentile, soprattutto visto che era lì per dare una mano.
«Mi dispiace» disse, e lui accettò le scuse con un cenno educato della testa.
Salirono in macchina poco dopo, diretti al luogo che gli era stato indicato dai Faerie.
A quanto pareva, il Globo Alato aveva percepito uno strano flusso di energia che andava e veniva all’interno dell’Accademia d’Arte. Come se qualcosa venisse evocato e subito soppresso. Una tipica missione per le squadre d’azione in servizio nel mondo degli umani.
Jenna militava in esse ormai da cinque anni. Era partita di Regni Nascosti un po’ per curiosità, un po’ per cercare l’avventura. E non poteva certo dire di non averla trovata. Al termine del primo mese in quel mondo a lei sconosciuto, era stata attaccata da un Grott, una creatura metà fata metà vampiro. Una delle più pericolose, tra l’altro.
Un tempo, alle fate era vietato avere rapporti con altre razze. Dopo gli Accordi del Crepuscolo, tuttavia, le regole si erano ammorbidite e i viaggi fra i Regni Nascosti e il mondo degli umani erano aumentati a dismisura. E così le razze di mezzosangue nate da rapporti clandestini.
La sera dell’attacco, Jenna aveva compreso profondamente quanto fossero indispensabili le squadre d’azione. Poche razze erano in grado di ereditare e sostenere i poteri di una fata. Molti soccombevano, impazzendo nel tentativo di dominarli, cedendo al loro istinto selvaggio. Proprio come gli Hybris o i Grott.
Il loro compito era arginare gli attacchi di queste creature, proteggendo gli umani e, allo stesso tempo, impedendo loro di venire a conoscenza dei Regni Nascosti. E di coloro che vivevano mischiandosi tra la folla di anime ignare.
«Cosa sai della missione?» chiese Jenna, seduta al posto del guidatore e concentrata sulla strada.
«Livello di potere 7. Probabile presenza di Strygak.»
«Strygak?» chiese Evan. «E da quando si fanno vedere nelle grandi città?»
Xavier si strinse nelle spalle. «Suona strano anche a me, ma non vedo altre spiegazioni.»
Gli Strygak, metà fate metà stregoni, assorbivano l’energia vitale degli umani. Nel momento in cui veniva trasferita dal corpo della vittima al loro, l’energia provocava una forte onda di dispersione che scemava in pochi minuti. Effettivamente, era una spiegazione logica per il fenomeno all’Accademia.
«In tal caso, meglio procurarsi delle fiale di polvere fatata. Non possiamo rischiare di venire posseduti.»
«Già fatto» assicurò Xavier dando una pacca sul suo zaino.


L’Accademia si profilò davanti ai loro occhi poco dopo.
Essendo ora di pranzo, la maggior parte degli studenti si era riunita negli enormi giardini della struttura per mangiare in compagnia o anche solo prendere un po’ d’aria fresca. Quando i ragazzi passarono in mezzo alla folla per raggiungere l’ingresso, Xavier sembrò piuttosto irritato.
«Che ti prende?» chiese Jenna.
«Odio stare in mezzo alla gente.»
«Per forza, con il carattere che ti ritrovi» lo stuzzicò Evan.
L’altro non rispose alla provocazione, chiudendosi la porta alle spalle. Il chiasso si attutì e i tre poterono guardarsi intorno con calma.
«Da dove iniziamo?» chiese Jenna. «Perlustrazione generale oppure tentiamo con il Globo Portatile?»
Fece per tirare fuori dalla sua borsa a tracolla ciò di cui parlava, ma Xavier la fermò.
«Non ancora. Se c’è un nemico nell’edificio, potrebbe percepirci.»
Jenna richiuse la borsa. Il Globo Portatile era un congegno in grado di captare i flussi di energia, proprio come il Globo Alato, ma in misura ridotta. Inoltre, era direttamente collegato ad esso.
«D’accordo, dividiamoci» propose la ragazza. «Io al piano terra, Evan al secondo, Xavier al terzo.»
Gli altri due annuirono.
«Ci vediamo qui tra un’ora.»


Esplorando il suo piano, Jenna si rese conto ben presto di essere nella zona laboratori. Ogni stanza sembrava adibita a un diverso tipo di disegno, ma tutte ospitavano degli enormi cavalletti. Quella che la colpì di più fu la terza in cui entrò.
Sul fondo troneggiava la statua candida di quella che avrebbe tranquillamente potuto essere una dea. Perfetta e finemente lavorata, doveva fare da modello per i giovani artisti. Alzando i teli che coprivano i cavalletti, Jenna si accorse di avere ragione. Ne visionò un paio e le piacquero molto: ognuno aveva un suo stile e un suo tratto. Affascinante. Quando fece per alzare il terzo, però, una voce risuonò alle sue spalle.
«Quei teli sono lì per un motivo, sai?»
Jenna sobbalzò e rimise a posto la stoffa. Voltandosi, incontrò un paio di occhi grigio-azzurri che la scrutavano curiosi. Il ragazzo doveva avere più o meno la sua età, una ventina d’anni, capelli castano chiaro, espressione un po’ sperduta, come se la sua mente fosse altrove.
«Mi dispiace. Non volevo essere invadente.»
Lo sconosciuto si fece avanti.
«I pittori si arrabbiano molto se un lavoro viene visionato prima del tempo. Dicono porti sfortuna.»
«Spero di non aver scoperto il tuo, allora» tentò di scherzare Jenna.
Il ragazzo le sorrise. «Si dà il caso che io non sia d’accordo con questa visione delle cose. L’arte va condivisa, anche nella sua imperfezione. È così che ci si esprime al meglio.»
Si fermò accanto alla tela di fronte Jenna e la scoprì con un gesto attento.
«È il viaggio ad essere importante, non la destinazione» indicò dei tratti semi cancellati sul disegno appena messo in luce. «Vedi? Questo errore racconta molto più di quanto una delle altre linee potrà mai fare. Perché il pittore ha deciso di cambiare? Perché ha stretto la curva invece di allargarla? I dettagli fanno la differenza durante il cammino.»
Accarezzò lievemente la tela, abbassando gli occhi. Jenna non riuscì ad aprire bocca, incantata dalle parole e dal modo di fare del giovane. Fu di nuovo lui a rompere il silenzio.
«Mi chiamo Richard, comunque. Perdona la maleducazione.»
«Io sono Jenna. Deduco che studi qui.»
Il ragazzo annuì. «Da qualche mese.»
«Non mi sembri una matricola.»
«Non lo sono. Vengo da Stormwall, a sud. Ho studiato due anni lì.»
«Capisco.»
Richard aggiustò nuovamente il lenzuolo sul cavalletto.
«Tu, invece? Sei nuova?»
Jenna fece per scuotere la testa, ma ci ripensò subito. Era una buona occasione per ottenere informazioni.
«Sto valutando la possibilità di iscrivermi.»
Lui alzò un sopracciglio. «Sei entrata a curiosare, quindi.»
«Da vera ragazzaccia» scherzò Jenna.
Richard rise e le indicò la porta. «Vieni. Ti faccio da guida.»
«Con piacere.»


Evan girovagava per il piano da qualche minuto ormai. Aveva trovato tutte le stanze vuote tranne una, dove un gruppo di studenti si era riunito per discutere animatamente di qualcosa. Evitò di farsi vedere ed entrò nella stanza adiacente.
Era molto ampia, le sedie posizionate a ferro di cavallo e una cattedra al centro. Su di essa, una pila altissima di fogli e cartelline. Evan si stupì di come riuscissero a tenersi in piedi. Si avvicinò per esaminare i documenti e si accorse che erano tutte richieste di ammissione. Alcune approvate, altre da approvare, alcune incomplete e altre…
Il ragazzo aggrottò la fronte, osservando meglio. Alcune richieste erano perfettamente compilate, ma ne era stato cancellato il nominativo. Anche data di nascita e altre informazioni utili a identificare il proprietario del documento erano illeggibili. Si chiese come mai. Che fossero degli esempi per far capire ai ragazzi come compilare la scheda? No, c’era qualcosa di strano…
«Cosa ci fai qui?»
Evan trasalì, allontanandosi di scattò e facendo rovinare a terra una pila di cartelline nere.
«Mi dispiace» si scusò, mentre l’uomo appena entrato lo raggiungeva.
Entrambi si chinarono per riordinare.
«Questi sono documenti riservati. Come sei entrato?»
«La porta era aperta.»
«Non è possibile, l’avevo chiusa a chiave.»
«Le giuro che…»
L’uomo si rialzò in piedi con un folto numero di cartelline in mano.
«Non ha importanza. Fuori di qui!»
Anche Evan si rimise in piedi, porgendo l’ultimo foglio raccolto. L’uomo lo osservò e poi scosse la testa.
«Non fa parte dell’archivio.»
Evan rimase spiazzato. «Cosa…? È caduto dalla scrivania.»
L’uomo iniziò a ordinare le cartelline, lo sguardo distante.
Il ragazzo posò gli occhi sul foglio e si accorse che era uno di quelli con il nome cancellato. Senza chiedere il permesso, allungò una mano e ne prese un altro simile dalla pila sulla destra.
L’uomo reagì. «Rimettilo a posto!»
Evan glielo porse e riuscì a vedere gli occhi dell’interlocutore appannarsi e perdere vitalità.
«Non fa parte dell’archivio.»
Evan indietreggiò e, senza dire un’altra parola, uscì dalla stanza. Prese dalla tasca il cellulare e compose un numero alla svelta.
«Xavier. Credo di aver trovato qualcosa.»


Xavier sentì squillare il cellulare e rispose al volo. Dall’altra parte della cornetta, la voce familiare di Evan.
«Qualcosa tipo?» chiese al termine del saluto.
L’altro gli spiegò velocemente cos’era accaduto pochi istanti prima. Xavier aggrottò la fronte.
«Incantesimo di memoria?»
«In tal caso, non avrebbe dovuto riconoscere il foglio. Invece sembrava completamente soggiogato, come se qualcuno gli fosse penetrato nella mente. Senza fare un buon lavoro, tra l’altro.»
Xavier ammutolì. Ci pensò su qualche istante, infine prese la sua decisione.
«Aspettami lì. Sto arrivando.»
Percorse di corsa ciò che restava del piano che aveva esplorato – senza trovare nulla – e raggiunse le scale. Iniziò la discesa, ma a metà strada incappò in un gruppo di ragazzi e dovette rallentare per non dare nell’occhio. Si sentì colpire una spalla quando gli passarono accanto e d’un tratto tutto divenne buio. Il tempo si dilatò e il sangue iniziò a bruciare nelle sue vene. Sentì il potere fatato ribellarsi a qualcosa di estraneo, di pericoloso, poi tutto tornò alla normalità.
Ansimante, si girò a guardare chi l’avesse toccato, ma il gruppetto era già sparito. Terminò di scendere gli scalini e si appoggiò al davanzale di una finestra. Sentiva ancora la pelle formicolare. Riprese il cellulare e scrisse un messaggio, che inviò a due destinatari diversi.
Lo Strygak è qui.


«E questo è l’ultimo laboratorio.»
Richard e Jenna avevano ormai terminato l’esplorazione del piano. Il ragazzo stava per esporre la funzione dell’ultima stanza.
«È in disuso da quando è stato sciolto il club di teatro. Veniva usata per creare i bozzetti e i costumi di scena.»
«Che peccato. Uno spettacolo creato in un’Accademia di artisti deve essere degno di nota.»
Richard annuì, ma la sua espressione s’intristì un po’.
«L’ultimo copione ha riscosso un discreto successo. Ma dopo l’incidente tutti hanno preferito dimenticare o pensare ad altro.»
«Incidente?»
«Una ragazza, Anita, è morta in scena. Una delle impalcature non ha retto e le è crollata addosso.»
«Una tragedia» commentò Jenna con tatto. «La conoscevi?»
«È stata una delle prime persone che ho incontrato qui.»
«Mi dispiace.»
Lui si strinse nelle spalle. «Il passato è passato» disse. «Quello che non capisco è perché nessuno voglia parlarne.»
«In che senso?»
«Ogni volta che tiro fuori l’argomento, le persone si allontanano o iniziano a parlare d’altro. È strano…»
Jenna si fece attenta. «In che modo cambiano argomento? Sono imbarazzati? O semplicemente noncuranti?»
«Perché me lo chiedi?»
«Perché posso aiutarti.»
Richard la guardò con un misto di confusione, sorpresa e gratitudine.
«Diventano distanti, freddi. Come se pensassero ad altro o…»
«Come se fossero sotto ipnosi.»
«Sì, esatto» confermò lui. «Il che sembra assolutamente folle.»
Jenna ridacchiò. «Senza dubbio. Ma sono abituata ad avere a che fare con cose apparentemente senza senso, fidati.»
Richard incrociò le braccia. «Hai detto che puoi aiutarmi. Come?»
«Ci arriveremo. Prima ho bisogno di sapere se questa cosa è accaduta ancora.»
Il ragazzo s’incupì. «Sinceramente, non so se raccontartelo. Potresti volermi rinchiudere in una clinica psichiatrica dopo.»
Jenna rise, ma lui non sembrò divertito.
«Perché dici questo?»
«Perché ci sono cose, persone… che ricordo soltanto io. Persone mai esistite.»


«Allora? Dov’è?» chiese Evan accorrendo ansimante.
Aveva raggiunto Xavier il più in fretta possibile dopo aver ricevuto il suo messaggio.
Si guardò intorno.
«Dov’è Jenna?»
«Non è ancora arrivata.»
«Accidenti, non guarda mai quel dannato cellulare» imprecò Evan. «Il Globo Portatile è nella sua borsa, dobbiamo trovarla.»
«Non c’è tempo. Lo Strygak è su questo piano, l’ho sentito.»
Evan si bloccò. «Vuol dire…»
«Che mi ha toccato, sì.»
L’altro sbiancò. «Dobbiamo uscire di qui. Torneremo più tardi.»
«Piantala.»
«Xavier, non puoi…»
«So io cosa posso o non posso fare, Evan. I sintomi dell’avvelenamento inizieranno a manifestarsi fra poco, ma sono in grado di tenerli a bada.»
«No, non lo sei. Nessuna fata può sopravvivere al veleno di un Strygak senza l’antidoto.»
«Non ho detto di non volere l’antidoto. Ho detto di poter tenere a bada questa cosa finché non avremo terminato la missione.»
Evan strinse un pugno. «Sei fuori di testa.»
Xavier gli rivolse un mezzo sorriso. «Potrebbe essere la tua occasione per farmi fuori, non lamentarti.»
«Gran bella battuta, sto morendo dalle risate.»
«Non voglio farti ridere, voglio che muovi il culo e vieni con me a cercare quello schifo di Strygak.»
Evan rimase in silenzio ancora per qualche secondo, infine capitolò.
«D’accordo, andiamo.»
«Bravo, ragazzo.»
«Chiamami ancora “ragazzo” e ti conficco la mia mezza spada in gola.»
Xavier allargò le braccia in segno di resa, poi iniziò a camminare ridacchiando.


«Persone scomparse di cui nessuno ricorda niente a parte te. Fantastico!»
Richard sembrò irritarsi. «Non è la reazione che mi aspettavo.»
Jenna scosse una mano davanti al viso. «Oh no, non intendevo…» sospirò, interrompendosi. «Diciamo che mi hai dato una grossa mano.
«Io ho dato una mano a te? E come avrei fatto?»
«Mi hai confermato che qui dentro si nasconde uno Strygak.»
«Un che?»
Jenna gli mise una mano sulla spalla. «Non stai impazzendo, Richard. Quello che hai visto è reale, sono gli altri ad essere sotto incantesimo. Il perché non lo sia anche tu è il vero mistero.»
«Strygak, incantesimi… Chi cavolo sei tu? Una pazza che guarda troppe serie tv?»
La ragazza incrociò le braccia. «La tecnica del “sono pazzo, ma non fa niente perché qualcuno è più pazzo di me” non funziona, ti avverto.»
«Stai dicendo cose senza senso!» esclamò lui, piccato.
«Mi hai appena raccontato di aver incontrato persone che per gli altri non esistono» rispose lei alzando la voce. «Quindi o sei disposto ad ascoltare la mia spiegazione, oppure puoi anche girare i tacchi.»
Richard sembrò indeciso per diverso tempo, ma alla fine cedette.
«E va bene. Tanto peggio di così… Raccontami tutto.»


«Di qua.»
Xavier sembrava sapere perfettamente dove andare, anche senza il Globo Portatile. Il che preoccupava non poco Evan. Significava che gli effetti del veleno erano attivi e lo collegavano al mostro.
«Come pensi di combatterlo se si trova in mezzo a un gruppo di persone?»
«Lo trascinerò lontano, semplice.»
Evan alzò gli occhi al cielo, ma non replicò. Alla fine dell’ennesimo corridoio, si trovarono davanti una stanza dalla porta socchiusa. Xavier si diresse sicuro verso di essa, ma Evan lo fermò.
«Potrebbe essere una trappola.»
«E allora?»
Entrarono cautamente e trovarono un ragazzo affacciato alla finestra. Aveva i capelli di un biondo talmente chiaro da sembrare bianco. Quando si voltò verso di loro, notarono che aveva gli occhi nerissimi, come due sassolini privi di qualsiasi tipo di sentimento.
«Benvenuti, vi stavo aspettando. Ho percepito la vostra presenza non appena avete messo piede in giardino.»
«Allora saprai anche perché siamo qui» disse Xavier.
«Per uccidermi» rispose il ragazzo con tranquillità. «Ma non avete calcolato una cosa: questo è il mio territorio.»
Senza aspettare ulteriormente, Evan tirò fuori dallo zaino la sua mezza spada. Era un’arma in grado di mutare a seconda del volere del suo proprietario. Quel giorno, aveva una semplice impugnatura a croce e una lama stretta.
«Bel gingillo» si complimentò lo Strygak. «Perché non mi fai vedere come lo usi?»
Evan strinse l’elsa, pronto a reagire ad un attacco.
«Ti stai sbagliando» disse però la creatura dalle sembianze umane. «Non sono io il tuo avversario.»
Indicò un punto alla sua sinistra e quando Evan si voltò si trovò davanti Xavier con i pugnali alzati, pronto alla battaglia.
«Che cosa stai…?»
«È ai miei ordini, adesso. Uno dei poteri del mio veleno. Lo trovo a dir poco poetico: costringere due fate a combattere fra loro in un’Accademia intrisa d’arte. Potrei scriverci una ballata. O dipingere un quadro, visto il materiale disponibile.»
Lo Strygak rise, ma appena smise la sua espressione divenne terrificante.
«Uccidilo» ordinò, e Xavier si avventò su Evan.


«C’è qualcosa che non va» asserì Jenna.
Aveva appena terminato di spiegare la situazione a Richard, anche se solo a grandi linee.
«Aspetta, quindi… tu sei una fata?!»
«Te l’ho già detto, sì. Ma non abbiamo tempo per parlare.»
Aprì la borsa ed estrasse il Globo Portatile, che scintillava intensamente. Vi posò un palmo sopra e delle immagini confuse iniziarono a comparire nella sua mente. Fino a fermarsi su una scena: Evan e Xavier che combattevano fra loro.
«No…»
«Che succede?»
Jenna ripose in fretta il Globo e si avviò verso l’uscita.
«I miei amici sono in pericolo. Devo andare.»
«Vengo con te.»
«No, potresti farti del male. È meglio se rimani qui.»
Richard le prese un polso. «L’hai detto tu: se riesco a vedere tutto questo, qualcosa in me non è umana. Potrei aiutarti, avere un potere utile.»
«Non sei addestrato.»
«Ti prego.»
Jenna si morse un labbro, ma non si concesse tempo per pensarci. Doveva andare. E subito! Annuì e iniziarono a correre verso il luogo che il Globo le aveva indicato.
Quando giunsero sul posto, irruppero nella stanza. La scena che si trovarono davanti li gelò sul posto.
Evan e Xavier sembravano due furie. Continuavano a scambiarsi colpi aggressivi, in una danza di lame elegante e potenzialmente mortale. Osservandoli con attenzione, Jenna si accorse che era Xavier ad attaccare continuamente, mentre Evan non faceva altro che difendersi.
«Xavier, fermati!» gridò.
Ma il ragazzo non ebbe la minima reazione. Evan, invece, spinse indietro il compagno con un calcio e la guardò.
«Jenna! Fa’ qualcosa, colpiscilo!»
La ragazza capì che non stava parlando di Xavier, ma dell’altra figura nella stanza. Un giovane dai capelli chiarissimi.
Aprì lo zaino ed estrasse il suo arco, che riprese le dimensioni normali per magia. Poi la faretra, che indossò velocemente.
Lo Strygak sembrava divertito e le lasciò tutto il tempo per prepararsi. Jenna incoccò e tirò, ma qualcosa si frappose fra il bersaglio e la sua freccia. Una figura lattiginosa, incorporea.
«Anita…» mormorò Richard.
«Ah, è così che si chiama?» esclamò lo Strygak. «La giovane a cui devo la mia presenza qui.»
Richard trasalì. «Che cosa? Anita non avrebbe mai… Cos’è che avrebbe fatto?»
«Invocarmi. E non l’ha fatto di sua volontà, poverina. Ha solo sbagliato libro da consultare per il suo spettacolo. Forse avrebbe dovuto controllare l’attendibilità di alcune… filastrocche» rise la creatura.
«Ha usato dei veri incantesimi nel copione?» chiese Jenna.
«Proprio così. Un colpo di fortuna. Ero rinchiuso qui dentro da secoli e d’un tratto, puff!, una giovane sprovveduta mi libera. Non potevo non ringraziarla legandola a me per l’eternità.»
Jenna abbassò l’arco. «Vuol dire che nell’Accademia ci sono dei sigilli?»
«Uno solo, in realtà» rispose lo Strygak avvicinandosi a uno dei cavalletti presenti. Lo voltò e Jenna assottigliò lo sguardo. Sulla tela c’era il disegno annerito dello stesso ragazzo che ora aveva davanti.
«Non mi rende giustizia, vero?» riprese lo Strygak. «Però mi ha dato un’idea per nutrirmi senza essere scoperto.»
Girò un altro paio di cavalletti e Richard sbiancò.
«Che succede?» chiese Jenna.
«Sono… sono le persone scomparse.»
«Proprio così. Usando le tele come una sorta di sigillo, posso assorbire l’energia degli umani e conservarla per quando ne avrò bisogno. Una specie di dispensa personale. Ovviamente la magia del sigillo si prenderà la briga di cancellare il ricordo della loro esistenza dalla mente delle persone. Tutte… tranne te. Curioso» disse indicando Richard.
«Che cosa sei, ragazzo? Anche tu una fata? No, non percepisco un potere simile al loro. Allora cosa? Un mezzosangue?»
Richard non ebbe modo di rispondere, perché Xavier gli rovinò addosso dopo un colpo ben assestato di Evan. Lo Strygak rise, ma quando i due ragazzi tornarono in piedi il suo divertimento venne meno. Xavier aveva smesso di attaccare.
«Perché ti sei fermato?» chiese la creatura. «Attacca. Uccidilo.»
«Per quanto Evan non mi piaccia…» rispose Xavier riprendendo fiato. «…ucciderlo non è nella mia lista di cose da fare.»
«Come puoi esserti liberato dal mio influsso?»
Xavier sembrò interdetto. «Effettivamente, non ne ho idea» ammise. «Ma ora inizia il divertimento.»
Alzò i coltelli e fece un cenno ad Evan, che annuì nella sua direzione.
«Fermi!» intimò Jenna. «Se lo attaccate l’energia di Anita vi respingerà.»
«Ma non respingerà me.»
Tutti si voltarono verso Richard. I suoi occhi grigio-azzurri si erano schiariti ulteriormente, arrivando a diventare quasi bianchi.
«Sai, Jenna, forse non so definire cosa sono, ma ora so cosa posso fare.»
Si lanciò in avanti e non smise di correre finché non attraversò lo spirito fluttuante di Anita. I ragazzi lo videro vibrare, gridare e infine svanire in una nuvola di fumo.
Lo Strygak indietreggiò terrorizzato.
«Sei un Ityll» esclamò con voce tremante.
Jenna, Evan e Xavier si guardarono.
«Un umano nato con il potere sopito di una fata» mormorò Evan. «Sono rarissimi.»
Richard non sembrò sentirlo, concentrato ad avanzare verso lo Strygak. La creatura era bloccata sul posto, incapace di muoversi. Quando il ragazzo gli impose la mano sulla fronte, non ebbe neppure la forza di urlare. Si accartocciò su se stesso, fino a ridursi in polvere. Quando di lui non fu rimasto che un mucchietto di cenere, Richard si voltò verso Jenna, il viso rigato di lacrime.
La ragazza lasciò cadere l’arco e corse verso di lui, abbracciandolo.
«Va tutto bene. Starai bene…» gli mormorò dolcemente.
Evan e Xavier seguirono la scena in silenzio.
«Avevi ragione, io… non sono umano. Sono un mostro.»
«Tu puoi sconfiggere i mostri, Richard. Non hai visto cosa sei riuscito a fare?»
«Ho ucciso anche Anita. O quello che rimaneva di lei.»
Jenna scosse la testa. «Ti sbagli. L’hai salvata, invece. Liberando la sua anima, hai reciso le catene che la tenevano legata a questo mondo.»
Richard la guardò con gli occhi lucidi. «L’ho liberata?»
«Sì. E hai distrutto l’oscurità che la stava incatenando. Proprio come hai fatto con Xavier. Un solo tocco è bastato per rendere nulli gli effetti del veleno.»
«Io… cosa farò adesso? Dove andrò?»
«Anche se sei nato umano, il sangue di fata prevarrà e prima o poi diventerai uno di noi. Se non più potente» s’intromise Xavier. «Ti porteremo nei Regni Nascosti. Lì sarai al sicuro e imparerai a usare il tuo potere.»
«Sono…» mormorò Richard, asciugandosi le lacrime e poi abbassando la testa per guardarsi le mani.
«Una fata. E il tuo destino è proteggere il mondo degli umani.»
Richard incrociò lo sguardo di Xavier e, dopo un lungo istante, annuì. Poi si voltò verso Jenna e sorrise.
«Alla fine, avevo ragione. Sono i dettagli a fare la differenza. Pensavo di essere pazzo, invece sembra che la mia avventura debba ancora iniziare. E forse, un giorno, riuscirò a terminare il mio dipinto.»
Jenna annuì e così fecero Evan e Xavier, mentre il sole fuori dalle grandi finestre dell’Accademia iniziava a tramontare, allargando ombre silenziose che, questa volta, sarebbero rimaste tali.

Racconto scritto da J. A. Windgale