Wraith

Autrice: J. A. Windgale
Genere: paranormal romance
Tempo di lettura: 10 minuti

Trama:

Spyke è una strega. Adepta del Circolo, combatteva e bandiva gli spiriti maligni. Almeno finché questi non le hanno portato via la persona più cara.

Da un anno, Spyke si nasconde. Dal Circolo, dagli spiriti, dal passato. Ma non può fermare la Ruota. Qualcosa è tornato per lei e non ha intenzione di lasciarla andare…

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Si dice sia impossibile riconoscere l’oscurità.
Quando lo fai, è già dentro di te, ha già vinto.
Silenziosa e subdola, striscia nella tua gola come una malattia.
Ti trascina giù, giù fino al centro del nulla.
È così per tutti.
Tutti tranne me.

Ero una bambina quando il Circolo mi accolse. Sono cresciuta con le più grandi streghe dei nostri tempi, ho imparato a combattere, a usare i miei poteri, a difendermi da ciò che si nasconde nella notte.
Ufficialmente, nessuno sa della nostra esistenza, ma in realtà tutti conoscono il numero da comporre quando accade qualcosa di strano. Le Cacciatrici di Spiriti, è così che ci chiamano. Un nome estremamente poco fantasioso.
Trovare e neutralizzare spiriti è stata la mia missione da quando ho memoria. Difendevo le persone, ero una specie di eroina senza mantello, instancabile e audace. La più promettente, secondo i vertici del Circolo. Sempre in prima linea, con un numero di successi pari quasi al massimo. Era diventata una sfida, essere sempre più veloce, sempre più brava. Una sfida accolta da Vivian.
Vivian era più alta di me, raggiungeva almeno il metro e settanta, aveva folti capelli ricci e corti, e una meravigliosa pelle color ebano. La cosa che mi colpì subito di lei non fu il corpo agile e sinuoso o le labbra carnose, ma gli occhi: erano di un color miele così intenso che sembravano bruciare sul suo viso. Erano belli come l’alba dopo una notte stanca.
Non so quando mi innamorai di lei. Forse subito, forse dopo le prime missioni, il punto è che divenne una dipendenza. Dove c’era Vivian, c’era Spyke. Eravamo giovani e incoscienti, con due caratteri taglienti e la convinzione di essere invincibili. Fino a quella notte.
La ricordo perfettamente, sento ancora l’odore di muffa di quelle pareti, il viscidume del corrimano delle scale, il buio delle stanze superiori. E quella luce. La luce degli occhi di Vivian che svanisce per sempre. E io con lei.

«Allora, questa birra?»
Vengo risucchiata via dai miei pensieri e torno alla realtà. Un ragazzo con indosso la felpa della squadra di football del college mi sta guardando.
«Terra chiama… com’è che ti chiami?» Si sporge per leggere il cartellino appuntato sul mio petto e si sofferma un po’ troppo sulla mia seconda scarsa di seno. «Spyke.» Allunga così tanto la esse da sembrare un serpente imbecille, ma è evidentemente certo di essere sexy, perché si appoggia al bancone con il gomito e mi fa l’occhiolino.
Lo guardo. Mi guarda. Mi chiedo se nella dispensa sia rimasto del cianuro. Lo usavano spesso per farsi fuori a vicenda ai tempi della costruzione di questa baracca, magari c’è qualche boccetta nascosta tra i mattoni in dispensa.
«Arriva» rispondo voltandomi per riempire un boccale alla spina.
Quando lo sbatto sul bancone, un po’ di birra schizza sulla faccia del tipo, che si pulisce con la mano per poi riavviarsi i capelli subito dopo.
Lancia sul bancone una banconota da venti e mi sorride. Poi afferra di nuovo la banconota, estrae una penna e scrive qualcosa, rilanciandomela per quella che spero sia l’ultima volta. A scuola deve aver saltato la lezione ‘puoi anche posarla in modo umano quella banconota di merda’.
«Tieni il resto, bellezza.»
Lo osservo tornare al suo tavolo, poi abbasso lo sguardo sui soldi e un guizzo di fastidio mi sale dietro la nuca, poi sulla testa, fino a raggiungere gli occhi, che per un attimo brillano più di quanto un paio di occhi umani dovrebbero fare. Un secondo dopo, al posto del numero del maiale, e del suo disegno sconcio, c’è un bel buco fumante.
Non mi preoccupo che qualcuno mi abbia vista. La gente tende a dare la colpa all’alcol se gli capita di vedere stranezze in un pub alle due del mattino.
Accartoccio la banconota e, mentre la getto nel cestino, capto una conversazione.
«…versi e poi una risata.»
Un paio di ragazze devono essere entrate mentre mi occupavo del maiale. Sono sedute poco lontano dal bancone e le voci mi arrivano abbastanza chiare. Non che mi interessi, ma non c’è altro da sentire qui dentro. A parte la musica country di bassa lega che mandano in radio a quest’ora.
«Non l’ha sentita nessun altro?»
«Dicono che non si mostri a tutti, la sente solo chi viene scelto.»
Durante l’ultima frase la voce della ragazza trema così tanto che mi viene spontaneo alzare la testa e guardarla. Sembra terrorizzata e sta fumando una sigaretta. Dovrei avvicinarmi e dirle di spegnerla, non si fuma qui dentro, ma ho già visto quell’espressione. È l’espressione di chi vede uno spirito per la prima volta.
«Non metterò più piede in biblioteca. Il professor Thorn può impiccarsi per quanto mi riguarda. Questa è roba da…» La ragazza abbassa la voce e senza pensare alzo il volume. Vivian lo chiamava così l’Incantesimo dei Sussurri. Isola qualsiasi altro suono e si focalizza su quello che desideri ascoltare. Comodo, quando devi spiare qualcuno.
«Da Cacciatrici» conclude la ragazza.
«Quelle tipe strambe che vanno in giro sempre vestite di nero? Non dirmi che ci credi, sono delle pazze!»
«Fammi capire, hai visto un fantasma e non credi alle Cacciatrici?»
«Non sono certa di averlo visto davvero, forse sto impazzendo» dice incerta l’altra ragazza.
«Sì, e quei segni sul polso te li sei fatta da sola.»
L’amica le prende il polso e glielo scopre, rivelando dei segni violacei che sembrano lasciati da una mano dalla presa troppo stretta.
«Aspetta» dice poi. «Non te li ha fatti Jake, vero?»
L’altra strattona il polso e lo ricopre guardandosi intorno. «No!»
La sto ancora fissando quando incontra il mio sguardo. I suoi occhi verdi mi scrutano sospettosi, poi si alza e trascina fuori l’amica.
Se fossi ancora nel Circolo le seguirei per avere altre informazioni, ma non faccio più queste cose. Se c’è davvero uno spirito, che se la veda qualcun altro. Io ho chiuso.
«Chi l’avrebbe detto. Spyke in un posto come questo.»
La voce mi suona così familiare che per un attimo mi manca il respiro. L’ultima volta che l’ho sentita, Vivian era ancora con me.
«Triss» saluto agguantando una pezza e strofinando il bancone in un punto già perfettamente pulito.
Non sono affari miei, non devo farmi coinvolgere.
Senza che nessuno gliel’abbia chiesto, Triss si siede e inizia a raccontare.
«Stiamo seguendo una traccia, io e Molly. Siamo partite da Fortbone, abbiamo attraversato le campagne e le città in un perimetro di trecento chilometri. Ci ha portate persino a Whitestreet. Ricordi, la cittadina che ti piaceva tanto, quella con la strada centrale dipinta di bianco. Che cosa stupida da fare. In ogni caso, catturare questo stronzo è più difficile del previsto. Lo seguiamo da nove mesi e sono abbastanza stufa. Un po’ di aiuto sarebbe gradito. Che dici? Rientri nella squadra?»
A un certo punto del discorso ho smesso di lustrare il bancone e ho iniziato a fissare le sue unghie, sempre perfettamente laccate. Si comporta come se non fosse accaduto nulla, come se potessi continuare con la mia vita e dimenticare.
«Fanculo, Triss.»
Lei mi sorride e si sporge per prendere una delle bottiglie che tengo sul bancone. Vodka. La stappa e se ne versa un po’ in uno dei bicchieri appesi per decorazione sopra di lei. Che non ho ancora lavato.
«Non ti sto chiedendo di rientrare, voglio solo che partecipi a questa caccia. Eri brava, potresti dare una mano a un’amica» dice svuotando il bicchiere.
Reprimo un conato e le strappo la bottiglia di mano.
«Io e te non siamo mai state amiche.»
Triss si porta una mano al cuore. «Mi ferisci.»
«Fottiti.»
«Vedo che i tuoi modi sono migliorati. Un tempo mi avresti rivolto anche il dito medio. Per chiarezza.»
La ignoro e torno al mio lavoro.
«Ma a Vivian piaceva così, non è vero?»
Mi irrigidisco. «Lascia stare Vivian.»
«Era forte. Certo, aveva dei gusti strani in fatto di donne, ma…»
Non posso guardarmi, ma sono certa che i miei occhi abbiano preso una sfumatura rossastra.
Il bicchiere che ha in mano esplode e tutto il locale, che conta ormai tre persone, si gira nella nostra direzione. Me ne frego.
«Ho detto lascia stare Vivian» ripeto.
Triss alza le mani e sbuffa, spolverandosi la polvere di vetro dai vestiti.
«Senti, ce ne occuperemo domani. Se vuoi aiutarci, ci trovi in biblioteca alle dieci. Altrimenti viviti la tua misera vita e crepa nell’ombra, figurati quanto me ne frega.»
Infine si alza e mi libera della sua presenza.
Rimango ferma per un paio di minuti buoni, poi batto le mani e informo tutti che è ora di chiudere. Li guardo trascinarsi fuori, stanchi e ubriachi, e chiudo a chiave la porta.
L’incontro con Triss mi ha messo addosso una fastidiosa agitazione. Non posso credere che mi abbiano trovata persino qui, in questa cittadina sperduta nel nulla. Mi hanno trovato a Fortbone, a Whitestreet…
Mi appoggio a un tavolo e ci ripenso con attenzione. Ripercorro il mio viaggio fino a qui, le città che ho cambiato, i posti dove mi sono nascosta. Sono partita nove mesi fa. Come Triss. Pensavo che il Circolo mi braccasse, ma ora… non ne sono più tanto sicura.
Forse non è il Circolo a cercarmi, ma qualcos’altro. La mia punizione per quello che ho fatto. Per non essere riuscita a salvarla.
Non aspetterò che sia Triss a scoprirlo. Lo farò da sola. Stanotte.

Sono le quattro del mattino. La biblioteca è chiusa a quest’ora, ma so dove tengono le chiavi. Lavoro al pub, faccio parte dello staff, potrei entrare anche nella camera da letto del preside se lo volessi. Stupidi provinciali, si fidano così tanto degli altri.
Giro la chiave nella toppa e mi chiudo la porta alle spalle. Accendo la luce.
Le librerie stracolme di tomi vecchi e polverosi coprono tutti i muri. È un posto abbastanza grande, ma c’è una leggera puzza di muffa e troppa poca luce perché le persone possano studiarci senza diventare miopi. Mi sembra chiaro il perché sia poco frequentata.
Mi libero della borsa a tracolla e del giubbotto di pelle, che lascio su uno dei tavoli vicino l’entrata. Poi raggiungo il centro della stanza e mi appoggio al davanzale dell’unica finestra, dai vetri sporchi e spessi.
E aspetto.
È così che si fa. Se sei fortunata, dopo qualche ora lo spirito si mostra, lo fai fuori e torni alla tua vita. Se non lo sei, be’, ti toccano diverse sere di palloso nulla prima di concludere qualcosa. Ma non oggi. Oggi ho un conto in sospeso con la morte.
E, se la mia intuizione è giusta, si manifesterà presto.
L’odore di questo posto mi ricorda l’ultima volta che ho toccato Vivian. La sua pelle era calda e i muri avevano lo stesso sentore di vecchio.
Eravamo in una casa abbandonata nelle periferie. Gli ultimi proprietari risalivano almeno a dieci anni prima e nessuno aveva avuto il buonsenso di tenerla su come edificio storico. È sempre così con le case infestate, mai che qualcuno se ne accorga in tempo.
È stata Vivian a insistere per quella missione. Le piaceva il posto e pensava di poter passare un finesettimana diverso. Se solo avessi ascoltato il mio istinto…
Ero stanca, irritabile a causa dell’ennesima litigata con Grace, la testa del Circolo. Avevamo idee diverse sul futuro del nostro gruppo.
La casa non era messa male. Le scale scricchiolavano, le finestre erano in parte rotte, ma nessuno aveva vandalizzato gli interni. Avevano troppa paura.
In quel posto, il tempo sembrava essersi fermato. Contribuì a rilassarmi un po’, il resto lo fece Vivian.
Rimanemmo quasi tutta la notte in attesa, ma non accadde nulla. Iniziammo a pensare che la fama del posto potesse provenire da semplici leggende. Capita spesso con le vecchie costruzioni: dove non c’è uno spirito, viene creato dalle dicerie e a noi toccano noiose, inutili nottate per confermare che, no, non è detto che un posto vecchio sia anche infestato.
Vivian si arrese a pochi minuti dall’alba. Mi cinse la vita con un braccio e mi spinse contro il muro, iniziando a baciarmi il collo.
«Che fai?» chiesi.
«A te che sembra?»
«È ancora notte, lo spirito potrebbe…»
«Non c’è niente qui dentro, S.»
Mi chiamava sempre così. Con l’iniziale del mio nome.
Mi lasciai andare e iniziammo a fare l’amore, nella polvere, tra scricchiolii e vecchi mobili.
Quando l’alba iniziò a dipingere il cielo di rosa, eravamo ancora abbracciate. Ricordo di aver guardato verso la finestra e…
Non te lo spiegano com’è essere posseduti. Ti dicono come combatterlo, come seppellire i corpi, ma della sensazione di avere qualcosa di marcio dentro, che brucia e gela al tempo stesso, nessuno ne parla. Ti senti sporco, corrotto.
Quando uno spirito entra dentro di te, non hai possibilità, sei già morto.
Durò un po’, non saprei direi quanto. Forse un minuto, forse dieci. Desideravo solo morire in fretta, guardando per l’ultima volta il viso di Vivian, le sue labbra morbide, la pelle scura e luminosa.
Ma non accadde. Non morii quella notte. Lo spirito graffiò e urlò, per troppo tempo, con troppa forza. Era come se il mio corpo lo rigettasse. Poi persi i sensi.
Quando mi risvegliai, Vivian era in piedi davanti a me, gli occhi vitrei, le labbra pallide.
«Viv?» la chiamai.
Lei girò la testa lentamente e scoprì i denti in un sorriso terrificante. Credo che il mio cuore si sia fermato in quell’esatto momento. E ancora non abbia ripreso a battere. Non serve più, ora.
«No…»
Indietreggiai, invocando un incantesimo dopo l’altro. Non funzionò niente. Lo spirito che possedeva Vivian mi prese per la gola e mi alzò senza sforzo. I miei occhi erano incollati a quelli della ragazza che amavo. Non volevo che morisse da sola, non volevo… Poi mi lasciò andare.
Caddi a terra e vidi Vivian tenersi la testa tra le mani e lamentarsi. Balzai in piedi, la scossi, le alzai il viso perché mi guardasse.
Quegli occhi miele sono stati il mio ultimo ricordo felice, l’ultimo respiro.
Mi sorrise e annuì, posandosi una mia mano sul cuore.
«Fallo» mi disse.
Obbedii. La uccisi. E poi consumai fino all’ultima goccia l’energia del bastardo che me l’aveva portata via.

Scuoto la testa per scrollare via i ricordi.
Come se potessi farlo…
Ormai non vedo più niente, non sogno altro, tutte le notti. Non sono niente senza di lei, non ho uno scopo, una famiglia, un posto dove sentirmi a casa.
Era lei la mia casa.
La sua voce.
Il suo respiro caldo.
«Spyke.»
Alzo lo sguardo di scatto e traccio istintivamente un segno nell’aria per proteggermi. Uno strato di nebbia sottile mi avvolge mentre mi guardo intorno.
Gli spiriti non conoscono i nostri nomi, a meno che non ci abbiano incontrate in vita. A meno che non siano parte di noi. Come lei.
«Spyke.»
Chiudo gli occhi e quando li riapro la vedo.
Indossa gli stessi vestiti di quando è morta. Un pantalone elastico di pelle nera, una maglietta rossa, la collana lunga a forma di cuore che non toglieva mai. C’è una nostra foto dentro. Sottoterra. Nella tomba con le sue ceneri.
«Vivian…» sussurro.
Avrei dovuto saperlo. Il suo spirito non ha mai trovato la pace. È morta per colpa mia e ora reclama la sua vendetta.
Triss l’ha seguita per nove mesi. Ha percorso le stesse strade, visitato gli stessi posti. Sulla mia scia. Ero io il bersaglio, il conto in sospeso. Ed ero troppo impegnata a scappare da me stessa per accorgermene. Finché non mi sono fermata qui, sperando di rimanere più a lungo. Ma non si sfugge al passato, no? Ti trova prima o poi, ti si allaccia al collo e ti strangola.
I contorni dello spirito di Vivian sono sbiaditi e tutta la sua figura è priva di colore, compare e scompare come un’immagine in un vecchio televisore.
Quando è abbastanza vicina, allunga la mano per toccarmi, ma la nebbia che ho invocato la respinge. Continua a provarci, ancora e ancora, come un disco rotto.
So cosa devo fare, ricordo gli incantesimi per bandirla e sono abbastanza potente da farlo senza aiuto. Solo che non voglio.
Non voglio ucciderla di nuovo.
Alzo una mano e l’allungo così che quasi tocchi la sua. Ci dividono pochi millimetri. E un respiro.
Poi annullo la nebbia. E la tocco.
Non sento niente a parte un freddo devastante che mi insinua nelle ossa, nella bocca, negli occhi. Lo spirito di Vivian prende possesso del mio corpo e io lo lascio fare.
Non posso vivere senza lei.
Ma posso morire con lei.
Non mi oppongo, non combatto, lascio che mi consumi come una fiammella. Sento ogni cellula del corpo scricchiolare, fondersi, trasformarsi in qualcosa di oscuro. Aspetto di perdere i sensi, di trasformarmi in un mostro e spegnermi nel silenzio.
Voglio che Vivian abbia la sua vendetta. Voglio riposare…
Mi stringo in un abbraccio solitario e urlo, fregandomene di chi potrebbe sentirne, fregandomene di qualunque cosa non sia me e Vivian. Insieme. Per l’ultima volta.

Quando mi risveglio sul pavimento della biblioteca, devono essere passati solo pochi istanti. È ancora notte e nessuno ha fatto in tempo ad accorrere.
Mi alzo lentamente, sudata e tremante.
Sono ancora viva. Perché il mio corpo non muore?
«Ehi, S…?»
Mi paralizzo. Una scarica elettrica mi percorre la spina dorsale e arriva dritta al cuore. Batte di nuovo. Per un attimo.
Alzo lo sguardo.
«Viv?»
I suoi occhi sono di nuovo lì. Miele fuso.
La pelle ebano schiarita da una leggera luminescenza.
È fiera, bella, e sorride. Vivian. La mia Vivian.
Mi lancio verso di lei e riesco a toccarla. È reale, posso stringerla, baciarla, farle scorrere addosso le mie lacrime. Tutte quelle che ho trattenuto.
Vivian mi stringe, così forte che potrei rompermi.
«Com’è possibile?» chiedo. «Come puoi…?»
«Sei stata tu. È questo il tuo potere.»
«Io…»
«Tu porti luce nell’oscurità, Spyke. Puoi salvarli. Puoi salvarli tutti.»
Non posso essere posseduta. Sono immune. Il mio corpo non fa da involucro alle anime, le allontana. O, se riesco a tenerle dentro abbastanza a lungo, le purifica.
«Non me ne frega niente di salvarli. Voglio solo stare con te, Viv.»
Vivian mi accarezza il viso con l’indice. Vorrei fermare quest’attimo, rimanere così per sempre.
«Un giorno. Ora devi vivere.»
«Per favore…» supplico.
Non posso. Non posso senza di lei.
Le lacrime mi offuscano la vista mentre mi stringe di nuovo. Vorrei avere la sua forza, il suo coraggio. Vorrei tornare a percorrere i corridoi del Circolo con lei, con tutti gli sguardi addosso, libera, selvaggia.
Ma la sua presa sta svanendo, non c’è più tempo…
«Ti aspetterò alla fine del viaggio» dice piano.
Il suo tocco è diventato una brezza tiepida.
«Cosa devo fare?» chiedo tremante.
«Combatti. Tu sei il Circolo. Ricordalo.»
Io sono il Circolo.
Annuisco. È quello per cui abbiamo combattuto, la nostra battaglia. Il motivo per cui siamo diventate quello che siamo. Volevamo cambiare le cose dall’interno, smettere di combattere nell’ombra.
«Te lo prometto» riesco a dire.
Vivian sorride. È pura luce, dorata e morbida.
Una stella incandescente e feroce, che mi ha spaccato il cuore in due e poi l’ha rimesso insieme.
«Mi sei mancata» soffia. «Mi mancherai sempre, S.»
Poi mi passa attraverso, svanendo dentro di me come quando eravamo l’una aggrappata all’altra, aggrovigliate tra le lenzuola. Siamo sempre state l’una nell’altra, ogni secondo.
Non avrebbe potuto essere diverso… il suo ultimo saluto.

Si dice sia impossibile riconoscere l’oscurità.
Quando lo fai, è già dentro di te.
Ma non ha vinto. Non vincerà contro di me.
Perché io sono il Circolo.
Io sono la Scintilla.
Io sono la Rivoluzione.

Racconto scritto da J. A. Windgale