Recensione | Mindhunter (stagione 1-2)

Mindhunter

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Ho finito di guardare Mindhunter e DOVEVO scrivere una recensione!
Premessa doverosa: sono una grande fan delle storie investigative, soprattutto se comprendono il profiling e la psicologia criminale. Da piccola volevo fare l’investigatrice, poi mi sono resa conto di non riuscire a guardare neanche un moscerino morto, figuriamoci vivere circondata di foto delle scene del crimine, gente morta e psicopatici. Però un puntino di curiosità per questo argomento mi è rimasto, quindi sono finita a leggere pagine e pagine sui serial killer, studiare le indagini, cercare continuamente film del genere e serie tv.

Quando ho iniziato Mindhunter, mi aspettavo tutto tranne quello che ho trovato. La storia che racconta è reale, la qualità è pazzesca. Non posso non parlarvene, perché è entrata nella rosa delle mie serie tv preferite di sempre.

Lui è Holden Ford, il protagonista

Di che cosa parla?

Siamo negli anni ’70, il mondo non conosce ancora il significato della parola profiling e tutti pensano che la psicologia sia buona solo per sturare un water intasato. Vi siete fatti un’idea? Bene. Ora immaginate l’FBI e la polizia dell’epoca, piena di uomini con l’apertura mentale pari a quella di un criceto sulla ruota, che si danno pacche sulle spalle e si fanno poche domande. Fatto? Bene. Per ultimo, immaginate un membro dell’FBI che si sveglia e inizia a chiedere di esaminare le menti dei criminali che commettono crimini in sequenza, per capire cosa gli passa per la testa e tentare di costruire un profilo che possa prevenire o fermare l’insorgenza di casi del genere.

Idea geniale, direte voi nel 2020. Tu sei un pazzo, se non ti tappi la bocca da solo te la tappo io, la gente nasce cattiva, non ha turbe psicologiche dettate dal quando e dal dove, ecc. sono le risposte che ha ricevuto, invece, il nostro protagonista.

E da qui inizia tutto. Holden è giovane, ha 29 anni, e vuole cambiare la visione del crimine che ha FBI. Pensa che la psicologia sia fondamentale e che il confronto possa portare a soluzioni inaspettate e innovative. Holden è una persona reale, ragazzi, non è solo un personaggio. Il suo vero nome è John Douglas e ha inventato, scoperto, creato, come preferite dirlo, il profiling. Una cosa da niente, eh?

Edmund Kemper, il primo serial killer intervistato

Come tenerti incollato allo schermo

Forse le persone che non amano sentir parlare di gente che uccide altra gente (nei modi più brutali, tra l’altro) non coglieranno lo spirito con cui ho guardato la serie tv e lo capisco. Non siamo tutti uguali, certe cose possono urtare la sensibilità di qualcuno. Mi rivolgo, quindi, a chi può capirmi.

Guardare Mindhunter non è un passatempo, è praticamente studio. E non di quelli noiosi, con mille nozioni ripetute all’esaurimento, che non vedi l’ora finiscano. No. Qui sei talmente dentro, talmente preso dal percorso di Holden, che ti arrabbi e gioisci con lui. Non che sia un ragazzo da feste mondane, certe volte è così rigido che mi fa venire il mal di schiena. Però vuole cambiare le cose, vuole capire, e arriva un momento in cui anche tu vuoi capire con lui.

Quando entra nella prima prigione e parla con il primo serial killer c’è da rimanere a bocca aperta. Ripeto: sono persone vere quelle citate, anche gli assassini. Se li cercate su Google potete trovare la faccia dell’attore affiancata a quella del vero serial killer. Non solo la somiglianza è pazzesca, ma penso abbiamo studiato anche carattere e movenze, perché fanno impressione, tutti quanti.

Wendy Carr, una delle teste del progetto

Una storia vera

Posso solo immaginare cosa voglia dire sedersi di fronte a un serial killer e chiedergli: “Perché l’hai fatto?”. Nessuno gliel’aveva mai chiesto prima, non cercando una vera risposta. Punivano i fatti, punto. Ma i serial killer sono più di un fatto. Sono un passato, un carattere, una motivazione in quella che sembra pura follia.

Be’, John Douglas ce lo spiega. E lo fa anche in un libro scritto di suo pugno, da cui è tratta la versione televisiva. Non l’ho ancora letto, vi farò sapere com’è, perché adesso voglio approfondire ancora di più, non esiste che rimanga così.

Le tematiche affrontate sono diverse: si parla di femminicidio, di razzismo, di maschilismo, di violenza, di psicologia, di traumi infantili. Mindhunter non è una serie tv, è storia, è un tentativo di apertura mentale. Siamo nel 2020, è vero, alcune cose le abbiamo superate, siamo più aperti, ma io sento ancora cose terrificanti tutti i giorni. Il tipo di maschilismo mostrato in Mindhunter esiste ancora, i femminicidi sono all’ordine del giorno, c’è ancora più di qualcuno che denigra la psicologia e crede che chiunque si rivolga a uno psicologo sia un debole o un pazzo. Non siamo ancora tanto lontani dagli anni settanta. Per questo bisogna parlarne, mostrare che cinquant’anni non sono niente, le generazioni che hanno contribuito a questa visione arcaica sono ancora lì, fiere e tronfie. C’è ancora da combattere, non è finita qui.

Purtroppo, per costi e momento storico, la terza stagione della serie non è stata confermata, ma il finale è molto aperto, quindi immagino che nel libro ci sia di più. Non so cosa aggiungere senza farvi spoiler, gente, ma, davvero, guardate Mindhunter e non ve ne pentirete. Poi, ovviamente, venite a raccontarmi su Instagram o qui sotto nei commenti come vi è sembrata.

Vado a leggere il libro giallo che ho iniziato ieri. Skål!

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